Kim Jong Un: ripercorriamo la sua vita

di Erminia Voccia

Il dittatore millennial, un uomo come gli altri dietro a un improbabile taglio di capelli. Un ragazzo trentenne amante del basket e del K-pop. Kim Jong un, terzo e più giovane figlio del “caro leader” Kim Jong-il, nasce l’8 gennaio nel 1983 o nel 1984. Figlio del secondo leader della Corea della Nord e della sua terza moglie, un’ex ballerina di origini giapponesi. Kim Jong un al momento del passaggio dei poteri, dopo la morte del padre, è considerato la scelta migliore per la successione perché ritenuto il più intelligente e il candidato migliore anche per le spiccate ambizioni politiche. Kim Jong-il, prima di essere stroncato da un infarto, lavora alla transizione per assicurare a Jong un la solidità di una rete di alleanze interne, perché diventare leader supremo è l’unica garanzia di sopravvivenza secondo le logiche dei giochi di potere in Corea del Nord.

Kim Jong un studia in Svizzera, con non pochi problemi di adattamento, per poi, all’improvviso, fare ritorno in Corea del Nord. Dopo la morte di Kim Jong il, avvenuta il 17 dicembre 2011, Kim Jong Un diventa il capo di Stato più giovane del mondo e sono in molti a credere che per via della giovane età e dell’inesperienza il leader nordcoreano sia in sotto tutela dello zio Jang Song Thaek. Il fratellastro Kim Jong Nam, 39 anni all’epoca della morte di Kim Jong il, era già stato scartato ed era fuori dai giochi per la successione a causa delle stravaganti abitudini di vita, che includevano essere un ospite abituale dei casino di Macao. Kim Jong Nam, del resto, non aveva mai mostrato interesse per la politica e da tempo viveva lontano dalla Coea del Nord. Il primo maggio del 2001 un evento aveva messo in via definitiva Kim Jong Nam in cattiva luce agli occhi del padre: era stato fermato dalla polizia per aver tentato di entrare in Giappone con un passaporto falso della Repubblica Dominicana pur di visitare Disney World. L’altro figlio di Kim Jong-il, Kim Jong-chul, era secondo il padre “troppo effeminato” per poter diventare il terzo leader supremo della Corea del Nord.

Il 13 aprile del 2012 Kim Jong un viene proclamato “Primo presidente del Comitato per la Difesa Nazionale”, una carica che lo pone così al di sopra di chiunque altro in Corea del Nord. Kim diventa il capo delle Forze Armate e dunque la persona più influente del Paese. Già prima, nel 2010, acquistava potere la Commissione militare centrale del Partito coreano dei lavoratori, che fino al quel momento non era stata tra le istituzioni più rilevanti. Quest’organo veniva descritto come l’istituzione che avrebbe gestito le operazioni militari. Era il segno che il caro leader stava preparando il terreno al terzogenito. La rapida scalata al potere di Kim potrebbe essere dovuta proprio alle promesse fatte alle Forze Armate, ipotesi che troverebbe conferma nell’escalation militare del 2010. Uno dei primi atti del giovane Kim Jong un è l’eliminazione dello zio Jang Song Thaek, marito della sorella di Kim Jong Il, Kim Kyong Hui, diventato un po’ troppo potente. È la morte dello zio Jang Song Thaek il momento in cui iniziano a diffondersi le dicerie in merito alla spietatezza di Kim Jong un. Lo zio, raccontano i media internazionali, viene dato in pasto a centoventi cani. Kim diventa l’uomo più brutale del pianeta, un dittatore strambo e totalmente folle. Ma pazzo Kim non lo è mai stato. La morte di Jang Song Thaek, invece, era stata una normale operazione di epurazione, se così si può dire, di una figura risultata scomoda per i rapporti forse troppo solidi con la Cina. Jang poteva essere uno strumento in mano a Pechino per controllare il giovane Jong un. Il periodo tra il 2014 e il 2015 viene speso da dittatore per consolidare il proprio potere. Secondo un rapporto di North Korea Strategy Center di Seoul, più di 70 membri dell’élite nazionale sono eliminati dal leader nordcoreano tra il 2011 e il 2019: diplomatici, membri di gabinetto, ufficiali del Partito dei Lavoratori di Corea e musicisti. Tre di questi forse si tolgono la vita prima di essere giustiziati. Kim potrebbe essere in difficoltà nel gestire l’élite al potere nel Paese, sempre più desiderosa di diritti e interessata a cogliere le opportunità offerte dal capitalismo.

La politica di Jong Un tesa a portare avanti lo sviluppo economico insieme a quello nucleare contribuisce ad isolare il regime. L’economia è uno dei punti saldi del programma di Kim, nel maggio del 2016, infatti, il dittatore lancia un piano di sviluppo economico quinquennale, il primo dal 1980. Il 6 gennaio del 2016 il regime annuncia di aver testato la prima bomba all’idrogeno nel sito di P’unggye-ri. Il 9 settembre, invece, è il giorno del quinto test nucleare. Il 3 settembre del 2017 viene effettuato il sesto test nucleare, una bomba particolarmente potente. Nel febbraio del 2017 avviene la morte del fratellastro di Kim Jong un, Kim Jong Nam, all’aeroporto di Kuala Lumpur. I quattro agenti nordcoreani sospettati dell’omicidio fanno rientro nel Paese senza passare per la Cina, la via più facile, una prova, forse, del fatto che il Kim Jong Nam fosse sotto l’ala protettiva di Pechino. Il 2017 è anche l’anno delle schermaglie, durissime, con il presidente Donald Trump. Il 2018, invece, è l’anno della svolta nei rapporti con gli Stati Uniti. L’anno si apre con le dichiarazioni di apertura del dittatore, a cui fanno seguito a una serie di summit internazionali. Kim diventa all’improvviso un leader “presentabile” sulla scena mondiale, uno con cui si può discutere e provare addirittura a stringere accordi. Kim incontra Trump tre volte, più volte anche presidente sudcoreano Moon e tutto porta a credere che sia la volta buona per la stabilizzazione della penisola. Ma è da Xi Jinping che Kim corre e in maniera frenetica prende appunti mentre il presidente cinese parla. La Cina, in fondo, si conferma una delle poche amicizie di Pyongyang, nonostante i test nucleari e il comportamento di Kim nel 2017 avessero innervosito non poco Pechino, al punto che la Cina aveva deciso di sospendere le importazioni di carbone dalla Corea del Nord. Scatta la corsa a incontrare Kim, Putin, notoriamente in ritardo, si presenta in anticipo al vertice con il dittatore.

Pyongyang, oltre all’appoggio cinese, può contare sul sostegno di diversi “amici” nella regione del Sudest asiatico, dove alcuni Paesi non aspettano altro che tornare in affari con il regime di Kim Jong un. Le nazioni “non allineate” della regione, dalla Cambogia al Vietnam, dalla Malesia all’Indonesia, non sono mai state molto favorevoli alla linea dura verso Pyongyang, alle sanzioni internazionali contro la sua economia e all’approccio basato sull’assunto della “massima pressione”, più volte sbandierato da Trump. Quelle nazioni asiatiche sperimentano l’approccio ‘give – give – give‘ e non ‘give and take‘ per provare ad avere risultati positivi. Al contrario, la “massima pressione”, come per l’Iran, si rivela tristemente inefficace anche con la Corea del Nord. E dei summit con Trump restano solo delle belle foto

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